per la Salvaguardia della Laguna di Venezia
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di Alberto Vitucci
VENEZIA. A San Nicolò arrivano i cassoni in calcestruzzo, si scavano le trincee sott'acqua e si alzano i muri di sponda. Il Mose non si ferma, e alla bocca di porto di Lido spuntano i primi enormi parallelepipedi di cemento che serviranno come "base" alle paratoie. Cinque anni dopo il varo della "prima pietra", benedetta dal premier Berlusconi, le dighe procedono, anche se con qualche ritardo dovuto al rallentamento del flusso finanziario.
Tempi e soldi. "Finiremo nel 2015", dice la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Dei 4300 milioni di euro necessari ne sono stati stanziati circa la metà. I 400 destinati dal Cipe ancora non sono arrivati.
In laguna. Intanto il paesaggio lagunare è profondamente cambiato e l'intervento è ormai quasi arrivato al punto di non ritorno. Decine di gru, ruspe, enormi pontoni e draghe punteggiano lo skyline della bocca di porto che ha visto modificato il suo aspetto secolare.
Il muro. In questi giorni è stata rialzata anche la "muraglia", cioè il muro di sponda ai due lati della nuova isola artificiale del bacàn di Sant'Erasmo. Qui saranno collocate le due schiere di paratoie verso San Nicolò da una parte e Punta Sabbioni dall'altra. Lavori ciclopici, che non rallentano nemmeno nel periodo estivo. Nella tura di Punta Sabbioni, lo spiazzo ricavato dentro il nuovo porto rifugio, vengono costruiti gli enormi blocchi di cemento che serviranno come cassoni di spalla.
L'isola. Quasi ultimata anche l'isola artificiale da 13 ettari che dovrà ospitare le centrali e gli edifici di controllo. Dal bacàn il mare non si vede più, ma secondo il Consorzio sarà possibile recuperare quest'area dal punto di vista ambientale. Uno studio sugli "abbellimenti" dell'isola è infatti in corso da parte dei tecnici dell'Iuav. Prevede di "mitigare" la grande opera marittima in sassi e calcestruzzo, sorta come d'incanto dove un tempo c'erano spiaggette e acqua.
Sponde. "Recupero" promesso anche per le nuove superfici ricavate davanti alle dighe di Treporti e di San Nicolò. Anche qui le "spalle" in calcestruzzo fanno impressione. Dovranno tenere il peso delle venti paratoie in ferro, a loro volta alloggiate sul fondo e sostenute dai cassoni in cemento che si costruiranno a Santa Maria del Mare.
I lavori. "Siamo al 43 per cento dei lavori", dicono soddisfatti al Consorzio Venezia Nuova, "ma dal punto di vista delle opere emerse quasi al 90 per cento". Le modifiche "visibili" infatti sono quasi stati ultimate. Finite le dighe foranee, quasi un chilometro di barriera a protezione delle conche a Malamocco, i "rinforzi" alle dighe di spalla, l'isola artificiale. Avviati anche gli scavi in mezzo alle tre bocche di porto. Migliaia di palancole e pali sono stati già infissi per consolidare quella che sarà tra breve la grande "trincea". Da qui saranno estratti 5 milioni di mc di fondali, sostituito con altrettanti metri cubi di calcestruzzo.
Il cantiere. E la bocca di Lido è diventata un grande cantiere edile. Pescatori e frequentatori dela laguna segnalano la modifica già avvenuta del regime delle correnti. L'acqua ha aumentato la sua velocità in entrata e in uscita, anche grazie allo scavo dei canali esistenti e di nuovi canali come quello dietro all'isola artificiale.
La protesta. Gli ambientalisti hanno per ora riposto le armi, così come il Comune. "Attendiamo l'esito di studi che abbiamo commissionato", dicono a Ca' Farsetti. Certo è che dopo la grande battaglia sul rispetto dell'ambiente ormai i lavori procedono senza freni. Non c'è traccia nemmeno del Comitatone, che il neoministro dei Lavori pubblici Altero Matteoli aveva promesso di convocare in giugno. Sarebbe il primo del nuovo governo Berlusconi, che dovrebbe anche garantire agli enti locali finanziamenti da tempo bloccati. Anche con il governo Prodi infatti la gran parte delle risorse disponibili è stata dirottata alla grande opera, lasciando a secco il Comune e i lavori di manutenzione urbana. Vanno a rilento gli scavi dei rii e i restauri, e sono stati aboliti i contributi ai privati per mancanza di fondi.
Fondi. Anche il Mose batte cassa. Perché con questo ritmo i lavori sono in grande ritardo e non si concluderanno prima del 2015.
Inchieste. Intanto restano in sospeso le inchieste e i ricorsi contro la grande opera. Si attende da anni il pronunciamento dell'Ue, della Corte dei Conti, della Procura veneziana. E adesso del Tar del Veneto, che dovrà pronunciarsi sul ricorso del Comune sull'illegittimità dei cantieri per i cassoni del Mose a Santa Maria del Mare.
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Un regime di monopolio che dura da oltre vent'anni, in contrasto con le norme comunitarie. Costi lievitati e ritardi accumulati. Incarichi e collaudi affidati con "scarsa trasparenza", controlli non sufficienti esercitati dalla Pubblica amministrazione. Un duro atto di accusa quello pubblicato ieri dalla sezione centrale di controllo della Corte dei Conti. Che se non fermerà il Mose mette nero su bianco dubbi e critiche fino ad oggi sempre respinti dal Magistrato alle Acque e dal suo concessionario Consorzio Venezia Nuova. E potrebbe influire sul proseguimento dei lavori e sulla gestione dell'opera. Perché risulta ormai indifferibile, scrivono i giudici, "aprire il mercato alla concorrenza".
La sentenza. Un'ordinanza di cinquanta pagine, corredata da centinaia di note a margine, firmato dal magistrato istruttore Antonio Mezzera e dal presidente nazionale Tullio Lazzaro. Ci sono voluti quattro mesi per dare il via libera a un provvedimento istruttorio concluso con l'udienza del 23 ottobre scorso. Qualche modifica al testo è stata effettuata in Camera di Consiglio, e - caso inusuale - l'indagine "avocata" a sè dal presidente in persona. "È un caso molto delicato", aveva detto Lazzaro. Adesso il provvedimento è pubblico. Gli atti sono stati inviati a Magistrato alle Acque, Regione e Comuni interessati. Che hanno trenta giorni di tempo per motivare alla Corte l'eventuale "non ottemperenza" ai rilievi contestati. Entro sei mesi gli enti dovranno poi comunicare alla Corte e al Parlamento le misure adottate. E la sentenza sarà inviata alla Procura regionale per eventuali provvedimenti sul possibile danno erariale.
Monopolio. "L'affidamento a trattativa privata senza gara pubblica e l'assenza di un confronto tecnico ed economico tra diverse soluzioni progettuali", si legge nell'ordinanza, "ha reso impossibile mettere a confronto soluzioni alternative, con la maggior parte degli studi e delle ricerche affidati al concessionario. L'obbligo derivante dalle direttive comunitarie del rispetto dei principi di parità di trattamento e trasparenza che si realizza con gare pubbliche non risulta ancora osservato".
I costi. In 25 anni i costi dell'opera sono passati da da 1540 a 4271 milioni di euro. "Si sono incrementati", recita il provvedimento, "per per una serie di cause come le continue rimodulazioni, l'introduzione di nuove opere, indeterminatezza progettuale. Un rischio di spesa ancora presente, aggravato dal sistema dei mutui". Anche i costi di manutenzione e gestione, scrivono i magistrati, "potrebbero risultare superiori alle stime".
La concessione. La Corte dei Conti aveva ritenuto nel 1983 "illegittima" la convenzione firmata dallo Stato con il Consorzio Venezia Nuova perché in contrasto con le norme europee. Ma un anno dopo era arrivata la legge 798, e l'incarico era stato affidato. "Gli oneri di concessione", recita l'ordinanza, "appaiono ingenti (il 12% contro il 10 fissato come tetto massimo dalla legge del 1989). Risorse che si sarebbero potute utilizzare per il rafforzamento dell'apparato amministrativo del concedente". Negli anni il concessionario è venuto meno alle sue funzioni di controllo.
I collaudi. Altro punto nero dell'attività di salvaguardia di questi anni, secondo i giudici contabili, riguarda i collaudi, milioni di euro dispensati a consulenti esterni. "Per questi e per le direzioni dei lavori si chiede maggiore trasparenza, e si impone una rigorosa attività di controllo al fine di di riequilibrare un rapporto sbilanciato a favore del concessionario".
Impatto ambientale. "Un'opera di tale rilevanza e impatto", recita l'ordinanza, "ubicata in un contesto di enorme delicatezza e di eccezionale complessità risulta priva di una Valutazione di impatto ambientale positiva". Un punto in favore degli ambientalisti e dei ricorsi presentati negli anni da Comune e ministero per l'Ambiente.
Progetto a stralci. Critica finale: manca un progetto esecutivo generale. Causa di "polemiche e aumenti dei costi".
Alberto Vitucci
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La Nuova di Venezia 7 febbraio 2009 - pagina 17 - sezione: CRONACA
Un ricorso alla Corte europea dei Diritti fondamentali. È la carta che il mondo ambientalista sta preparando per contestare la decisione della Bei, Banca europea degli investimenti, di concedere un prestito di un milione e mezzo di euro per il Mose. Italia Nostra, Wwf e Verdi avevano fatto partire il ricorso all'Unione europea, tre anni fa, denunciando la violazione delle normative sull'apertura dei cantieri. Il prestito internazionale resta comunque subordinato all'archiviazione non ancora formalizzata della procedura di Infrazione europea per i lavori in laguna. Con il miliardo e mezzo promesso dalla Bei si potrà far partire la gara internazionale per la costruzione delle paratoie. «Il Mose è un intervento di cui siamo orgogliosi», commenta il presidente del Veneto Giancarlo Galan. Ieri sera in laguna sono suonate le sirene perché il Centro maree ha annunciato una marea di 115 centimetri alle 22, e nuova acqua medio alta per domattina. «Questo fa assumere al prestito un particolare significato», ha subito commentato Galan, «perché le acque alte eccezionali causano danni e perdite economiche inaccettabili». Così il Mose procede spedito. Dopo gli 800 milioni di euro stanziati dal Cipe in dicembre, sono in arrivo altri 1500 milioni dalla Banca europea. «Ma la gara sarà avviata soltanto nel 2010», precisa il presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta. Tanti sono infatti i giorni concessi al Consorzio Venezia Nuova per sperimentare le nuove cerniere, il cuore portante del sistema Mose, i sostegni delle paratoie per cui dovranno passare gli impianti elettrici e dell'aria compressa. «Conclusa la sperimentazione il progetto dovrà essere vidimato dal Bureau Veritas», continua Cuccioletta, «se esprimerà parere favorevole daremo il via alla gara». Nel frattempo andranno avanti gli altri lavori, mentre anche la costruzione dei grandi cassoni in calcestruzzo, prevista a Santa Maria del Mare, dovrà attendere la conclusione del progetto delle paratoie. Intanto ha destato stupore la notizia diffusa dall'agenzia Agi che tra le motivazioni del prestito ci siano i «benefici effetti provocati dai lavori del Mose alla laguna». «Mi sembra strano, i lavori non sono ancora finiti», frena Cuccioletta. Che ha annunciato ieri all'Ufficio di Piano la preparazione di iniziative di comunicazione e un grande convegno per dare «visibilità» al progetto Mose. «È l'orgoglio del nostro Paese», dice Cuccioletta, in sintonia con il suo ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Quanto agli effetti «benefici» del Mose sulla laguna forse i funzionari della Bei si riferivano al fatto che le dighe foranee costruite per ridurre la marea e proteggere le conche di navigazione a Malamocco hanno già provocato un ritorno della fauna ittica e una riduzione delle maree di circa 2 centimetri. Diverso l'impatto delle strutture in cemento e dei lavori ai fondali. Per costruire il Mose si dovranno conficcare sul fondo della laguna 12 mila pali in calcestruzzo lunghi 30 metri, gettare circa 8 milioni di metri cubi di cemento sui fondali. Secondo il Comune i danni in gran parte irreversibili provocati dai lavori del Mose ammontano a 120 milioni di euro. Tratti di spiaggia scomparsi, correnti modificate, fondali e rive cementificate, skyline della laguna in parte stravolto. E le bocche di porto trasformate per accogliere paratoie, porti rifugio e conche di navigazione. Ma per la Bei, che forse il rapporto del Comune non l'ha letto, il Mose «ha già prodotto effetti positivi sull'ambiente lagunare».
Riportiamo questo articolo che conferma quanto detto più volte in questo blog: un progetto non può considerarsi definitivo se non sono verificati e risolti prima i suoi aspetti critici, e il gruppo cerniera-connettore è certamente, come del resto affermato da Presidente del Magistrato alle Acque, uno dei sistemi critici del sistema MoSE.
Infatti l'articolo conferma che, ovviamente, non si può passare alle gare per la costruzione delle paratoie e non si può iniziare neppure la costruzione delle basi in cemento armato se prima non si è verificato questo componente fondamentale, verifica che è stata affidata al Bureau Veritas.
A questo punto ci sono due domande:
V. Di Tella
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